Diario di campagna

Mercoledì 18 giugno. L'appuntamento è alle 9,00 a Pomigliano d'arco. Lì resiste l'azienda agricola di Bruno Sodano.

Alle 7,30 un sms mi sveglia. Alberto Capasso mi scrive che la pioggia incessante sta rendendo quei luoghi delle paludi e mi chiede: andiamo lo stesso? La risposta non può che essere affermativa. A entrambi torna alla mente che il sostantivo usato alle pendici del Vesuvio per definire i contadini è proprio "parulani" perché lì, prima delle bonifiche che hanno permesso di mettere a coltura una delle aree agricole più ricche del mondo, c'erano solo paludi.

Il rumore del passaggio della Circumvesuviana di Pratola Ponte ci informa che siamo giunti a destinazione. Siamo tutti puntuali: oltre a me e lui ci sono Edoardo Lanza, titolare di Gold Blond, il coraggioso microbirrificio che, per la ristorazione in due centri commerciali, ha scelto di utilizzare solo prodotti della nostra regione; Valerio Borgianelli Spina, direttore marketing ed eventi del Centro Commerciale Campania di Marcianise e Andrea Postiglione, giornalista de "Il Fatto Quotidiano".

Prendiamo un caffè e scendiamo in campagna. Vediamo le distese di Antichi Pomodori di Napoli, Fagioli "dente di morto", Papaccelle napoletane, tutti Presìdi Slow Food, tutti violentati dalla pioggia. Tratteniamo il respiro e, sperando che le condizioni meteorologiche ci concedano una tregua, riflettiamo sui danni che il clima sta facendo alla nostra agricoltura. Si susseguono le telefonate tra i produttori per fare la conta dei danni. Ma è ancora presto. Quello che è accaduto sabato è tremendo: grandine e venti hanno sradicato intere coltivazioni. E chiedo a Bruno cosa significhi questo per un agricoltore. Mi risponde, quasi con fatale rassegnazione: potrebbe tradursi anche nella perdita di un'intera annata di lavoro. Giove pluvio si placa. Ci sporchiamo le mani e i piedi per vedere cosa è successo: l'erba alta, indice della totale assenza di diserbanti, ci fa comprendere che la natura ha ancora pietà verso se stessa. Qui per fortuna i filari delle coltivazioni sono ancora tutti interi. Bruno li controlla attraverso il suo quaderno di campagna.

Ci spostiamo e andiamo a trovare Vincenzo Egizio, a pochi chilometri. A Somma Vesuviana il sole splende alto nel cielo: di fronte a noi il Vesuvio e, sul versante opposto, il Centro Direzionale di Napoli. Potrebbe apparire un miracolo che qui l'agricoltura abbia vinto sulla presunta civiltà dei grattacieli ma non è così. Questa volta è merito dell'uomo, degli uomini che hanno saputo cogliere la ricchezza di una terra madre. Alberto ci dice che le albicocche che cogliamo dall'albero e mangiamo sono solo alcune delle 42 diverse varietà presenti del vesuvio. Solo poche decine di anni fa erano più di 80: l'uomo ha sacrificato molti ecotipi per valorizzarne uno solo. Saranno la sapienza dei veri contadini e la clemenza della natura a invertire questa brusca rotta.

"Il Vesuvio ci ha dato più doni che dispiaceri", ci racconta Alberto mentre Vincenzo e sua zia rialzano i filari di pomodori del piennolo - di cui è tra i maggiori produttori - ancora non maturi, buttati a terra dalle tempeste. Al telefono, trasportando il trespolo per la raccolta delle albicocche da fornire a Gold Blond, Vincenzo parla con gli altri conservatori di civiltà delle zone vesuviane, gli agricoltori. Per alcuni l'annata è completamente perduta.

Ci rimettiamo in auto e andiamo a consegnare i prodotti. Ci incontriamo con Peppe D'Ambrosio, Alberto Marulli e Nicola Migliaccio che arrivano dall'agro Aversano - Atellano. Si contano i danni e ci si ritiene fortunati se si è perso poco. Si parla di assicurazioni. Poi Andrea ci informa che l'Assessore regionale all'agricoltura Daniela Nugnes ha appena dichiarato che l'assessorato ha messo in atto gli adempimenti necessari per verificare se esistono gli estremi per chiedere lo stato di calamità naturale. Per Coldiretti la perdita si aggira intorno all'80% della produzione.

Ancora una volta Terra Madre diventa una risposta: parliamo dell'importanza di una produzione diversificata in campo, della necessità di non cedere alla tentazione della monocoltura perché, se le forze della natura sono imprevedibili anche a causa delle violenze perpetrate alla terra dalle nostre mani, l'unica risposta possibile è mettersi alla scuola dell'arcaica sapienza contadina che conosceva bene i rischi e sapeva che solo lasciando spazio alla biodiversità si sarebbero potuti limitare i danni.

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